La storia di Marina e Alberto all’Accademia Comini 1885 Padova Scherma
Ci sono storie che nello sport non parlano soltanto di vittorie, classifiche o medaglie.
Storie che parlano di vita vera, di paure affrontate, di forza ritrovata e di legami capaci di diventare ancora più forti dopo le difficoltà.
Quella di Marina e Alberto è una di queste.
Marina è un’atleta Master dell’Accademia Comini 1885 Padova Scherma. Alberto è suo figlio, Maestro di scherma della società padovana.
Ma prima ancora della scherma, prima delle gare e degli allenamenti, c’è il loro rapporto: quello tra una madre e un figlio che hanno attraversato insieme uno dei momenti più difficili della loro vita.
Nel 2021 Marina ha dovuto affrontare una battaglia durissima: un tumore al seno.
Un percorso fatto di paura, interventi, visite, chemioterapie, attese e giorni nei quali trovare la forza sembrava quasi impossibile. Eppure, passo dopo passo, Marina ha reagito con coraggio, scegliendo di non arrendersi.
Oggi fa parte del progetto Nastro Rosa promosso dalla Federazione Italiana Scherma, iniziativa alla quale l’Accademia Comini aderisce con grande sensibilità e senso di responsabilità sociale. Un progetto che vuole sensibilizzare sull’importanza della prevenzione e raccontare quanto lo sport possa diventare uno strumento concreto di rinascita fisica ed emotiva per tante donne che stanno affrontando o hanno affrontato il tumore al seno.
La prevenzione resta infatti uno degli strumenti più importanti: controllarsi regolarmente, ascoltare il proprio corpo e non rimandare visite ed esami può fare davvero la differenza. Un messaggio che Marina oggi sente profondamente suo e che attraverso il progetto Nastro Rosa vuole contribuire a trasmettere ad altre donne.
E forse non è un caso che proprio la scherma sia rimasta sempre lì, accanto a lei.
Per Marina, la sala scherma non è stata soltanto un luogo dove allenarsi. È stata una seconda casa. Un ambiente dove ritrovare energia, normalità e fiducia nel proprio corpo. Tornare in pedana dopo un’operazione significa molto più che fare sport: significa riprendersi una parte di sé.
Accanto a lei, in ogni momento, c’era Alberto. Non soltanto come maestro, ma soprattutto come figlio.
Condividere la scherma dopo aver condiviso una battaglia così importante ha dato a entrambi qualcosa di speciale: uno spazio dove ritrovarsi, sorridere, combattere insieme e trasformare il dolore in energia positiva.
Nelle gare Master capita di vederli fianco a fianco. Lui a fondo pedana, lei con la maschera abbassata pronta a rimettersi in gioco ancora una volta. E in quell’immagine c’è forse il significato più autentico dello sport: non smettere mai di credere in sé stessi, anche dopo i momenti più difficili.
L’intervista a Marina
“Premetto che sono una persona positiva e ottimista e fa parte del mio carattere cercare sempre un raggio di sole, anche nei momenti più difficili. All’inizio non è stato facile, assolutamente. La vicinanza e il supporto della mia famiglia sono stati determinanti. Ho avuto momenti difficili, ho pianto, ho pregato, ho sperato… ma alla fine ho deciso di combattere, perché sono fatta così: non mollo mai.”
Sul ruolo avuto dalla scherma durante la malattia e nel ritorno alla normalità, Marina racconta:
“Il ritorno alla scherma per me è stato importantissimo. Mi ha ricordato che non avevo nulla di diverso dagli altri, che potevo ancora essere forte, rimettermi in gioco fisicamente e mentalmente. È stato un ritorno alla normalità, ma anche alla mia nuova passione.”
Fondamentale anche il sostegno trovato all’interno della sala scherma:
“I miei compagni di sala, quando hanno saputo della malattia, mi sono stati molto vicini. Mi hanno sostenuta nei momenti più duri e ‘Casa Comini’ mi ha aiutata ad andare avanti e a credere ancora in me stessa. Non mi sono mai sentita sola.”
Particolarmente intenso il legame vissuto oggi con il figlio Alberto:
“È bellissimo. Innanzitutto ho l’occasione di vederlo più spesso, perché con la scherma è spesso via tra gare e impegni. Ma soprattutto so che in qualsiasi momento posso fare affidamento su di lui: una parola, un sorriso, uno sguardo d’intesa o un abbraccio che ancora oggi mi dà forza. Abbiamo un legame molto forte e avere una passione in comune lo rende ancora più speciale.”
Sul significato del progetto Nastro Rosa, Marina ha idee molto chiare:
“Questo progetto per me è molto importante. Lo sento quasi come un messaggio rivolto a tutte le donne: il tumore al seno non deve essere visto come un limite. La vita non finisce. Non dobbiamo chiuderci pensando di non essere più quelle di prima. Dobbiamo vedere ciò che ci è successo come un nuovo inizio, una nuova opportunità. E lo sport, credetemi, può essere uno stimolo enorme per superare ciò che abbiamo vissuto.”
Un’esperienza che le ha lasciato anche una nuova sensibilità verso la vita:
“Dopo questa esperienza sono cambiata molto a livello caratteriale ed emotivo. Quello che prima davo per scontato oggi non lo è più. Un abbraccio mi emoziona, un ‘ti voglio bene’ mi commuove, un bacio mi fa sentire la donna più felice del mondo. Sono diventata una persona più sensibile, più attenta agli altri e ho capito quanto siano importanti i piccoli gesti.”
E alla domanda se ci sia stato un momento preciso in cui ha capito di avercela fatta, Marina risponde con sincerità:
“Non credo esista davvero un momento preciso. Ogni controllo, ogni esame portano ancora con sé paure e incertezze. C’è sempre il timore che tutto possa riaffiorare. Però bisogna guardare avanti. Mio nonno diceva sempre: ‘Marina, se si chiude una porta si apre un portone’. Io ci credo e continuerò sempre a lottare.”
Infine, il messaggio che vuole lasciare alle donne che stanno affrontando il suo stesso percorso:
“Bisogna crederci. Bisogna lottare per sé stesse, per la propria famiglia e per la vita. Perché è proprio in quei momenti che scopri di avere dentro di te una forza, una determinazione e una voglia di vivere immense, che forse nemmeno pensavi di possedere.”
La storia di Marina e Alberto ricorda che la scherma non forma soltanto atleti.
Forma persone capaci di resistere, rialzarsi e affrontare la vita con coraggio.
E alcune vittorie, quelle più importanti, non salgono mai su un podio.
